SESSO AMORE E CROCCANTINI. Libro di F.Borelli

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Nella nostra categoria “Libri” diamo spazio alla lettura riguardante i nostri amici felini. In questo articolo consigliamo la lettura di un libro di Flavia Borelli intitolato “ Sesso Amore e Croccantini”. Buona lettura.

SESSO AMORE E CROCCANTINI: LIBRO

• Autore
Flavia Borelli
 Titolo
Sesso amore e croccantini
• Genere
Romanzo
• Anno
2018

TRAMA

Storia d’amore (e sesso…) fra Giuda, giovane gattone di campagna, bello, un po’ magico e grosso come una lince, e Micioara, matura gattina di città, dalle zampe lunghissime e il manto nero, ammaliante come una pantera. Esasperata dal perenne calore della micia, che da tempo reclama il suo diritto all’amore, la “padrona” di Micioara richiede in comodato d’uso un rustico gatto maschio. Nonostante una sua vita mondana, la donna è la tipica signora sola di mezz’età con gatto, anzi gatta, e desideri analoghi a quelli della micia, cui tuttavia sembra aver rinunciato da tempo dopo una serie di sventure sentimentali.

Le amiche e gli amici che fanno da coro ipotizzano che se la micia riuscisse a risolvere i suoi problemi amorosi si romperebbe l’incantesimo malefico che accomuna gatta e umana, che finalmente potrebbe uscire dalla sua solitudine. Nel corso di una sola, lunga giornata, esaltante per la micia e per il gattone, meno per la povera “padrona”, mentre Giuda e Micioara si danno da fare tra tonnellate di croccantini, vetri rotti e urlacci, la donna deve comunque recarsi al lavoro, tra telefonate e perentorie suonate di campanello, proteste dei vicini e schiamazzi. Durante ore per lei massacranti, riaffiorano così i ricordi di una vita: felicità, tristezze, episodi comici, lutti. Ma cala finalmente la notte. E chissà che Giuda non abbia rotto l’incantesimo…

SESSO AMORE E CROCCANTINI: STRALCIO PRIMO CAPITOLO

Le dimensioni molto modeste del trasportino mi fanno temere anche questa volta, come quando era comparsa Micioara, che si tratti di un sorcio, ma lui comincia a uscirne a rate.

Stiracchia gli arti rattrappiti, si dà una scrollatina, srotola la coda e assume forma di gatto. Anzi, di gattone.Grigio chiaro con zampe tigrate tipo contrada del Palio di Siena, occhi verdi da mongolo, gorgiera di collane grigie e nere sotto a due ganasce da cartone animato.

Se avesse mantello e stivali potrebbe essere il gatto del marchese di Carabas: un tripudio di micio, anche se lievemente destabilizzato.Il viaggio in treno dalla campagna alla città, intrappolato nel trasportino lillipuziano, non gli è piaciuto per niente e lui, che definirei “paleogatto”, visto che quelli moderni in macchina, treno e aereo non si sentono più male, ha dimostrato il suo disagio di sopra e di sotto con gli unici sistemi di protesta che aveva a disposizione.

Così il padrone (brutta parola, perché i gatti non hanno padroni) l’ha dovuto ripulire nella fontana del giardino condominiale, prima di portarmelo su per la presentazione ufficiale.Le pupille ancora dilatate gli conferiscono un aspetto da gatto spaziale, del resto anche le orecchie sono alla Star Trek.

Appena un po’ frastornato si guarda intorno: osserva i quadri, i mobili antichi, il bosco dipinto in cima al corridoio.Perché è ben vero che non ho né uno straccio di giardino, né un briciolo di parco, e tantomeno un poderino (secondo la mamma, tutte condizioni imprescindibili per chi voglia tenere un animale in casa), ma al dipinto del bosco, che poi è il ricordo del giardino incantato della casa della mia infanzia, non ho potuto rinunciare.

Me lo sono portato sempre dietro, nel cuore, almeno con un quadro. E nell’ultima casa, quella dove vivo – vecchiotta, come quelle che piacciono a me –, il bosco me lo sono fatto dipingere in fondo al corridoio in modo che da una falsa porta-finestra “trompe-l’œil”, io possa illudermi di uscire direttamente fra gli alberi e rotolarmi per terra. A prendere conforto dal muschio e dalle felci con le narici umettate dall’odore di fungo, come sogno di fare in montagna quando trovo le condizioni favorevoli.

Al gattone l’ambiente pare gradevole da subito, ancor prima di aver odorato ben bene il cotto del pavimento, esalante un afrore che ormai solitamente procura stranguglioni a tutti quelli che suonano alla porta e che, se sono miei ospiti, devono poi sforzarsi per trovare parole gentili adatte a farmi capire che in casa mia c’è un tremendo puzzo di una certa cosa.Di chiuso? Di fritto? Di fogna? No… di altro.

Ma per ogni micio maschio integro arrapato, il mio pavimento, inutilmente disinfettato e squamato, sembra che abbia il profumo dei giardini di Allah.Con calma alza il capoccione, le pupille sono già un po’ meno dilatate e le orecchie hanno riacquistato dimensioni normali.

Dice solo: «Mao!».

Dal fondo del corridoio, con quattro zampe sulle punte che pare un pas de deux, fasciata nel suo pelo di velluto di seta nero elasticizzato, prontamente appare Micioara: «Miao!».

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