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ULTIMA LETTERA A BILLO: il caro amico scomparso

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La perdita del proprio gatto è paragonabile alla perdita di un membro della propria famiglia. Il vuoto che si prova è incolmabile e spesso ci si trova a soffrire in silenzio trovando poca comprensione tra gli umani. In questo articolo è riportata la lettera scritta da Lorenzo, dedicata a Billo, il caro amico scomparso. Ci insegna che l’amore verso il proprio animale è infinito e incondizionato.

Billo

billo sul mobile
pic from: lorenzo intermoia

“Amore mio,

sono qui, con le lacrime che rigano il mio viso, e provo a scrivere di te.

Di cosa sei stato per me, di quello che ha significato per la mia vita incontrarti.

Era un caldo giorno di ottobre del 2005, ero andato a far visita ai miei genitori, e quando scesi per andare a prendere la macchina ti vidi.

Eri sul cofano della mia auto.

Occhi raffreddatissimi, musetto sporco, avevi sui tre mesi e già allora potei cogliere la tua meravigliosa essenza.

Eri un cucciolo con gli occhi buoni, il viso sereno e lo sguardo pieno di meraviglia, tipico di chi si affaccia con candore in questo mondo.

Allora non raccoglievo ancora “tutti i gatti che potevo”, avevo già Pippo a casa, e un’altra concezione del pericolo, per cui non pensai subito di portarti con me.

Pippo, tralaltro, si era appena ripreso dal brutto incidente che lo aveva privato di un occhio e lo aveva quasi ucciso, per cui non avevo alcuna intenzione di portare a casa qualcosa (o qualcuno!) che potesse essere per lui fonte di stress.

Così non fu, quando entrai in macchina, convinto che tu impaurito saresti subito sceso, notai con stupore che rimanesti li, immobile, a guardarmi con la stessa innocenza che avevo scorto poco prima nel tuo sguardo.

Subito capii che non ti rendevi conto della portata del pericolo che c’è quando sei su un’auto e questa sta per partire.

E allora non misi in moto, e restai a guardarti, solo il parabrezza ci divideva.

Restammo li a guardarci, incuriositi l’uno dell’altro, a frugarci l’anima a vicenda attraverso il profondo dei nostri occhi.

E li scattó qualcosa.

Non so spiegarlo, so solo che dopo pochi istanti scesi dall’auto, ti presi e tu iniziasti a fare le fusa, quelle fusa che mi hai dispensato per 14 meravigliosi, lunghissimi anni, senza soluzione di continuità.

Da allora non hai mai smesso di farle ogni volta che mi vedevi.

Ti portai in macchina, ti misi tra le mie gambe, e partii.

Restasti li, fermo, accucciato a guardarmi per tutto il tragitto che divideva casa dei miei da casa nostra.

Per nulla distratto dai rumori del motore in moto o dalle immagini degli alberi che correvano via fuori dal finestrino.

Eri completamente concentrato su di me.

Occhi sognanti e già un pó innamorati, occhi pieni di fiducia verso qualcuno che non avevi mai visto fino a dieci minuti prima, ma che sentivi ti avrebbe protetto per sempre.

Ti portai a casa, avevo uno dei primi telefonini che scatta foto, e ci facemmo un selfie allo specchio, tu sulla mia spalla come un pappagallo, immobile quasi a metterti in posa ed io divertito e incredulo a scattare.

Ricordo quel giorno di 14 anni fa come se fosse oggi.

Ti portai in giardino, e con tutta la superficialità proveniente dalla mia inesperienza, pensai bene di metterti a terra vicino Pippo per vedere la sua reazione.

Pippo non ti fece nemmeno poggiare a terra che allungó la zampa, e se non fossi stato veloce ti avrebbe fatto un taglio che non ci si procurerebbe nemmeno con una ferita chirurgica…

Fu quello il momento in cui scegliemmo il tuo nome.

Due anni prima, nel 2003, era stato trasmesso per la prima volta un film del mio regista preferito, Quentin Tarantino, si trattava di Kill Bill vol. 1.

Amavo quel film e subito lo associai a quello che Pippo aveva tentato di fare (ucciderti… ?), fu un attimo e diventasti Bill…o. Billo!

Il nome era un pó buffo, nemmeno tanto carino, forse avremmo dovuto sceglierne un altro, Max, o Red, o Felix.

Ma Billo era così strambo che associato a te faceva comunque la sua bella figura.

E Billo ti chiamasti, e Billo sarai per sempre. Billo.

Seguirono giorni e giorni in cui eravate divisi, si provava a farvi entrare in contatto di tanto in tanto.

Ti tenevamo in braccio, aprivamo la stanza, ma appena Pippo ti vedeva ci inseguiva con fare omicida ?.

Non dimenticheró mai quando, dopo circa un mese, in un giorno caldo ed assolato di novembre, decidemmo di farti conoscere il giardino.

Chiudemmo Pippo in casa e ti portammo fuori in braccio.

Tu, alla visione del prato verde e dell’erba alta, sgranasti gli occhi, occhi che ti si riempirono istantaneamente di felicità.

Ti misi giù, come dimenticare i salti che facevi nell’erba alta, scomparendo e riapparendo con grandi balzi.

Eri una gatto, poi una gazzella, poi un uccellino, poi una farfalla e poi… tutto d’un tratto, diventasti l’essenza della gioia!

Un esserino peloso con un manto bianco e rosso, che brillava saltellando tra il verde intenso del prato.

Non dimenticheró mai quel giorno.

La svolta, peró, ci fu qualche settimana dopo.

Eravamo impegnati a fare dei lavoretti con una scala di legno nella camera in cui ti tenevamo recluso quando il “killer” era in casa (…), ti lasciammo un attimo da solo, ed immediatamente sentimmo un tonfo fortissimo.

Ti eri tirato addosso la scala e zoppicavi.

Lussazione di un’anca e riposo furono la diagnosi e l’indicazione terapeutica.

Non ce la sentimmo di lasciarti chiuso, da solo, in una cesta a recuperare dal tuo infortunio, e allora prendemmo il coraggio a quattro mani e ti mettemmo a terra vicino a Pippo, pronti ad intervenire.

Fu li che Pippo, da quel grande gatto che successivamente si riveló anche in termini di sopportazione, ti accettó.

Vedendoti dolorante non fece nulla, ci guardó con lo sguardo di chi dice: “va bene, ma badate a non farmi rompere le ball, altrimenti continuo l’intervento chirurgico che avevo iniziato al suo arrivo” e se ne andó in giardino.

Da quel momento iniziaste a vivere insieme.

Non eravamo tanto convinti di tenerti, lavoravamo e non eravamo spesso in casa, per cui pensando all’indole solitaria di Pippo, immaginammo che tu al contrario avresti sofferto a passare la tua infanzia tante ore da solo.

E allora provammo a cercarti casa.

Dopo qualche tempo mi contattó un amico che aveva una buona adozione, la persona che era interessata a te mi chiese delle foto, ma appena realizzai che saresti andato via scoppiai in un pianto disperato: in fondo non volevo darti, ero già profondamente legato a te!

Non scattai mai quelle foto, e restasti a casa.

I mesi successivi furono mesi bellissimi, giornate piene, passate ad ammirarti mentre crescevi e sprigionavi la tua enorme vitalità.

Poi diventasti un gatto adulto, un gatto buonissimo, sei stato tu che hai accolto tutti i gatti che abbiamo inserito successivamente.

Inserimmo Fidel e tu subito lo prendesti sotto le tue amorevoli cure ed iniziasti a lavarlo, e così hai fatto con Mezzanotte, Chicca e tutti gli altri che abbiamo poi inserito in casa.

Conservasti nel tempo quella tua maniacale abitudine nel lavarti e lavare tutti, anche in modo talmente insistente che a volte ti beccavi qualche soffio di chi si era stufato di farsi lavare ?.

Diventasti un gatto bellissimo, con delle zampe ed un testone enormi, chiunque ti vedeva restava estasiato dalla tua bellezza e dal tuo carattere.

C’era chi ti paragonava ad un cartone animato tanto la natura ti aveva “disegnato” bene.

Eri buono buon buono, un pezzo di pane.

Non ricordo una zampata, un soffio, eri come innamorato di me.

La nostra veterinaria, una volta, osservando come mi guardavi disse che non aveva mai visto un gatto guardare in quel modo il suo umano.

Appena entravo in casa lasciavi tutto quello che stavi facendo, e mi dispensavi testate e fusa a volontà.

Quando mio fratello Angelo morì, e tornai dalla Sardegna distrutto e scoraggiato, mi colpì la tua reazione quando sentisti la mia voce: ti girasti di scatto, mi guardasti ed iniziasti a fare le fusa venendomi incontro, mi emozionai, piansi tanto.

Poi negli ultimi mesi hai iniziato a fare cose “strane”, fissavi improvvisamente il vuoto, facevi i capricci quando mangiavi, sei arrivato al punto di rifiutare completamente il cibo.

Ti abbiamo alimentato per tre mesi, abbiamo fatto di tutto, esami di qualunque tipo, ecografie, radiografie, non avevi nulla, nulla.

La veterinaria ha solo potuto ipotizzare che avessi una qualche forma di demenza.

E per me, che ho perso mio padre con Alzheimer solo 4 mesi fa, puoi immaginare cosa sia significato.

Quanto pesante sia diventata la situazione: sapevo di dover rivivere gli stessi momenti tremendi che avevo appena vissuto con mio padre, e dovevo riviverli vedendo l’esserino che più si avvicinava ad essere un figlio per me consumarsi senza che io potessi fare nulla.

E così è stato.

Ieri sono uscito per andare a lavorare, eri magrissimo e stanco, ma nonostante questo ti sei alzato sulle tue tremolanti zampine e sei venuto a darmi due testate.

Ti ho salutato, e quando sono tornato non c’eri più…

Questo 2019 è stato davvero un anno tremendo, sofferenza senza soluzione di continuità.

Mio padre a Marzo, Frida ad Aprile morta a soli 6 anni per un tumore, e adesso tu.

Io non so cos’altro mi aspetta, so solo che sono stanco e vorrei un pó di tregua.

Vorrei potervi piangere in santa pace, senza aggiungere altro dolore perchè penso di averne avuto già abbastanza per ora.

Cuoricino mio, adesso sei seppellito in giardino vicino a Pippo e Frida, ho dovuto seppellirti ed è stata una cosa tremenda.

Mi mancheranno le tue fusa, la tua bontà, la tua bellezza e la tua enorme presenza.

Ho altri undici gatti, la casa è piccolina, ma senza di te sembra vuota.

La tua presenza di leader silenzioso e saggio era un punto di riferimento per tutti noi, pelosi e non.

Non so come faremo senza di te, è dura, dura dura.

Grazie di essere esistito, sei stato un dono enorme che la vita mi ha fatto.

Non ti dimenticheró mai. ?

Addio Billo ❤️”

billo con lorenzo
pic from: lorenzo intermoia

Ultima lettera a Billo, di Lorenzo Intermoia

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